La paranza dei bambini

2019, Drammatico

La paranza dei bambini, parla Roberto Saviano: ”Non mi farò intimidire dalle minacce”

La paranza dei bambini: intervista a Roberto Saviano e al cast del film di Claudio Giovannesi in uscita il 13 febbraio e in concorso al Festival di Berlino 2019.

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Anche quest'anno l'Italia ha una rappresentanza in terra tedesca: in concorso al Festival di Berlino 2019 c'è infatti La paranza dei bambini, il film di Claudio Giovannesi tratto dal libro omonimo di Roberto Saviano, che concentra l'attenzione su una generazione oltre che su una parte della città di Napoli, raccontando la fame di potere e la perdita di innocenza di un gruppo di ragazzi che pian piano si fa coinvolgere nelle attività malavitose del proprio quartiere, la Sanità. Un film che si allontana dal libro dal quale è tratto, prendendo una propria strada e una propria vita autonoma, e rappresenta una realtà molto diversa da quella che abbiamo potuto conoscere nelle due incarnazioni di Gomorra, quella cinematografica e televisiva.

Una folta delegazione ha accompagnato il film a Berlino, dallo stesso Saviano al regista Claudio Giovannesi, dal giovane protagonista Francesco Di Napoli al resto del cast tecnico e artistico, animando la conferenza stampa di presentazione del film, tenutasi in concomitanza del passaggio ufficiale al festival, il giorno prima dell'arrivo in sala. La paranza dei bambini è in uscita infatti il 13 Febbraio nelle nostre sale, prodotto da Palomar con Vision Distribution, in collaborazione con Sky Cinema e TIMVISION, forte della risposta positiva nella kermesse tedesca, del calore col quale sono stati accolti i giovani protagonisti che hanno assicurato in conferenza: "resteremo sempre gli stessi".

Napoli per raccontare il mondo

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Cosa vi ha spinti a produrre questo film?

Carlo Degli Esposti: Il film è un racconto bellissimo di Saviano che accompagna dei condannati a morte inconsapevoli fino alla fine. Claudio è riuscito a uscire dal genere e accompagnare con affetto dei giovani condannati e fermarsi prima della condanna.

Nicola Maccanico: Ci sono due elementi da non sottovalutare di questo film: Il primo è la qualità dell'arte italiana. A questo tavolo di sono dei talenti incredibili. Il secondo aspetto è la scelta artistica di lavorare sulla sottrazione, perché è un film che poteva dare spazio a molte scelte scenografiche, ma questi artisti hanno avuto la capacità di levare invece che aggiungere, per dare profondità al soggetto.

Cosa ci potete dire dell'immagine di Napoli che viene rappresentata nel film?

Claudio Giovannesi: Il film è ambientato nel cento storico di Napoli che ha un'identità popolare rispetto ad altre metropoli in cui l'identità del centro si è persa. Un centro che è stato raccontato da Vittorio De Sica e De Filippo. È l'identità popolare che fa vivere il film, ma è un racconto sull'adolescenza. Napoli è un teatro in cui viene ambientata questa storia, ma ci tenevamo a raccontare l'adolescenza attraverso di essa.

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Roberto Saviano: Napoli contiene tutte le facce e tutte le contraddizioni. Questo film non vuole raccontare Napoli al mondo ma il mondo attraverso Napoli. È un territorio che ha un grado altissimo di dispersione scolastica, tra i più alti in occidente, quindi è un luogo in cui per raggiungere le proprie ambizioni si finisce a usare spesso la scorciatoia della pistola. E un mondo che ci ha permesso di entrare nelle contraddizioni dell'Occidente.

Giochi di guerra

Emerge dal film un certo feticismo della violenza e delle armi...

Claudio Giovannesi: Il film si muove sul binomio tra il gioco e la guerra. Le azioni criminali vengono fatte come giochi. È un aspetto che ho tenuto presente mentre giravo queste scene, c'è l'innocenza del gioco e la ferocia delle armi. Ma dal gioco si esce, mentre le armi sono qualcosa di irreversibile dalle quali non si può tornare indietro.

Francesco Di Napoli: per questi ragazzi è l'unica scelta possibile, non c'è alternativa. Per loro la pistola ha un gran significato, apre tutte le porte: per avere la macchina, gli oggetti costosi, la ragazza... basta una pistola. Questo è per questi ragazzi.

Quanto è vera la storia che viene raccontata?

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Roberto Saviano: È una storia ispirata a fatti veri. Le paranze sono questi gruppi di ragazzini che hanno occupato un vuoto di potere. Per la prima volta nel mondo della criminalità internazionale, dei ragazzini sono stati al comando di un gruppo criminale. È un caso unico nella storia che mi ha portato a scriverne, ma la storia del film ha preso la strada particolare delle emozioni. Cosa si prova ad avere 17 anni e avere la consapevolezza di andare a morire? Gruppi simili ci sono in Bulgaria, in Albania, in Sud America e Sud Africa e si sta tornando a morire come in epoca medievale. Si muore a vent'anni pensando di aver vissuto molto. Questo sta succedendo in gran parte del mondo.

Francesco Di Napoli: Nascendo in quartieri del genere, cresciamo in mezzo a questa gente, osserviamo quello che fanno ed è stato un vantaggio per noi perché li imitiamo.

In che rapporto ti sei posto con il romanzo di Roberto?

Claudio Giovannesi: Il libro è il punto di partenza della nostra scrittura e abbiamo deciso di portare avanti un tema molto preciso che è la perdita dell'innocenza. Sono ragazzi di sedici anni come quelli di ogni classe sociale e ogni provenienza. Abbiamo accostato sempre la dimensione dell'innocenza a quella della ferocia.

Non temete che questo tipo di film possa ispirare altri ragazzi?

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Claudio Giovannesi: Non credo che un film debba essere pedagogico. Il compito di educare spetta alle istituzioni e le famiglie. Cerco di mostrare l'umanità dei personaggi che racconto. Cerco di capire l'umanità dei personaggi attraverso l'empatia e che spero che il pubblico possa riconoscere. Questo ha per me un valore anche politico, perché cerco di raccontare determinate realtà senza giudicare.

È una storia sull'adolescenza, ma molto maschile. Come avete lavorato sui personaggi femminili?

Viviana Aprea: Ai primi casting ho lavorato solo con Francesco, ed è stato piuttosto semplice da questo punto di vista. La difficoltà è entrare nella testa di Letizia che è molto diversa da me. Mi sono divertita molto anche a lavorare con tutti gli altri ragazzi, anche se all'inizio me ne stavo un po' in disparte come unica ragazza.

Claudio Giovannesi: Il personaggio di Letizia aveva già dalla scrittura degli aspetti molto forti, una fascinazione per Nicola che inizia a fare il camorrista come se fosse un calciatore. Il percorso che fa lei del film la porta a una consapevolezza.

Tra finzione e realtà

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Cosa pensa del momento che stiamo vivendo e le minacce di toglierle la scorta?

Roberto Saviano: Ovviamente non dipende da me, bisognerà capire. Quello che sta succedendo in questo momento in Italia è molto grave, è stata tolta la protezione a un altro giornalista, Sandro Ruotolo, e c'è stato impegno da parte mia e di altri per fargliela riavere. Al di là della mia sicurezza, la scorta non è un privilegio, è un dramma, sono decine i giornalisti sotto protezione in Italia. Sono stati uccisi alcuni a Malta e altrove e non è più un periodo sicuro per chi racconta l'Europa. Io sono sereno della mia attività, continuerò a raccontare e non mi farò intimidire da queste minacce che il Ministro degli Interni continua a fare. Ci tengo a porre l'attenzione sul suo indossare la divisa, che è un'aggressione alla democrazia. Ma di questo avremo modo di parlare.

Come vi spiegate le motivazioni dei protagonisti?

Francesco Di Napoli: Non tutti i ragazzi scelgono questa strada, io ho scelto di andare a lavorare, ma alcuni pensano che non ci sia altra via d'uscita. Nicola sceglie questa strada perché vorrebbe fare del bene attraverso il male. L'innocenza è proprio in questo, la non consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.

Ar Tem: Molti prendono questa strada perché non hanno nulla. Chi viene da famiglie disagiate ha più fame, non ha nulla, vedono oggetti che non possono avere e si trovano a disagio, vorrebbero avere quello che non hanno.

Maurizio Braucci: Le mafie in Italia sono le uniche che valorizzano questi ragazzi abbandonati dalle istituzioni. Una categoria di ragazzi non raggiunta né dall'educazione, né dal lavoro, né dalle istituzioni. È lì che pesca l'attività criminale. Dobbiamo porre l'attenzione su questo aspetto.

Nel mio quartiere, chi va a lavorare è stupido. Per me è invece stupido chi decide di prendere quella strada.

Di cosa avrebbero bisogno i ragazzi della vostra generazione?

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Francesco Di Napoli: Ci vorrebbe un'alternativa. Io ho avuto questa possibilità e l'ho sfruttata. Ma ci sono anche quelli che hanno l'alternativa e non la colgono. Nel mio quartiere, chi va a lavorare è stupido. Per me è invece stupido chi decide di prendere quella strada.

Ar Tem: Un'alternativa è avere un sogno. Se si ha un sogno, se si vuole combattere per qualcosa, quella può diventare un'alternativa.

Viviana Aprea: Questi ragazzi devono credere in qualcosa, appassionarsi a qualcosa sia da bambini e poi crescendo. Devono essere loro a saper uscire da questa realtà, attaccandosi a qualcosa.

Roberto Saviano: Sottolineo come i ragazzi abbiamo risposto dicendo che bisogna affidarsi all'individualità. Qualche anno fa avrebbe avuto senso rispondere che bisognava affidarsi alle autorità, ma si è persa la speranza che questo possa accadere. L'unica speranza è emigrare, e ogni anno va via dall'Italia una città grande come Verona. Mi appello alle parole dei ragazzi che hanno parlato di un sogno, perché alla fine è di questo che si tratta. Chi entra nelle paranze sa che non può durare. Ma investendo mille euro in cocaina, dopo un anno hai 180mila euro. 5000 euro in cocaina dopo un anno ti portano un milione di euro. Nella testa di ogni ragazzo che decide di fare crimine, l'obbiettivo è 5000 euro, perché con quello cambia la vita. Ovviamente non è un traguardo raggiungibile, ma è il sogno che altrove non c'è.

Guardando Gomorra si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di una macroeconomia criminale, mentre qui si tratta più di microeconomia.

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Roberto Saviano: Ci siamo focalizzati su un quartiere, ma è soltanto un capitolo della macroeconomia criminale. Sono soldi che vanno nel sistema finanziario ufficiale. In questo sistema entrano le famiglie, in cui sono i ragazzini a sostenere tutti. La famiglia perde autorevolezza, sta crollando perché mancano il lavoro, i soldi, e i bambini diventano capifamiglia a quattordici anni. Il danaro diventa tutto come lo è anche per i loro coetanei di altrove, ma qui la pistola è la loro lampada di Aladino: la usi e puoi ottenere quello che vuoi, ma il prezzo è la vita.

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